Buone leggi, un cambio di mentalità e donne pronte a diventare protagoniste – per Laura Garavini sono questi gli ingredienti necessari per una svolta nella società che permetta alle donne (e agli uomini) di conciliare meglio famiglia e lavoro. La deputata PD, eletta nella circoscrizione Europa, ha parlato a Lucerna al Convegno del Coordinamento nazionale delle donne ACLI dove erano presenti più di cento donne da tutta la Svizzera. Nel suo discorso la Garavini ha illustrato alcune buone leggi presenti in altri paesi europei. Si tratta di leggi che aiutano le donne a non essere più obbligate, come succede ancora oggi in Italia e in altri paesi, a dovere scegliere tra famiglia o lavoro, tra bambini o carriera. Attuando tali leggi, che ad esempio con diversi incentivi finanziari inducono i genitori a prendersi entrambi a carico l’educazione dei figli, strada facendo si riesce, secondo la deputata PD, a cambiare anche la mentalità di una società. “Infine è tempo che noi donne ci rendiamo disponibili a diventare protagoniste, ad assumerci delle responsabilità e a ricoprire dei ruoli importanti. Così possiamo accellerare il cambio di mentalità costruendo una società più ‘rosa’, una società in cui donne (e uomini) possono tranquillamente conciliare famiglia e lavoro.
Segue il testo integrale dell’intervento di Laura Garavini a Lucerna:
Care amiche delle ACLI,
gentile presidente Ennio Carint,
caro on. Franco Narducci,
cari presidenti e soci tutti delle ACLI
gentile dottoressa Marini,
cari ospiti,
grazie in primo luogo a Maria Alonso e alle altre organizzatrici di questo convegno, e grazie alle ACLI che hanno reso possibile questo incontro all’insegna del confronto e dello scambio di opinioni ed idee tra noi donne. Credo che questa iniziativa sia un’occasione importante, un segnale forte a dimostrazione che la questione delle donne, e più precisamente quella del dilemma come conciliare famiglia e carriera, rappresenta una sfida cruciale a cui tutte – e tutti! – siamo chiamati a rispondere, ma che accettiamo con consapevolezza e responsabilità.
Conciliare tempi di vita e di lavoro può sembrare un’utopia, invece è possibile. In questo senso sono profondamente convinta che favorire l’occupazione femminile e le pari opportunità sia fondamentale. E’ vero, si tratta di un percorso non facile e complesso. Sono conquiste che avvengono a tappe, grazie ad un lavoro fatto di impegno costante e di lunghe battaglie portate avanti da tante donne – e pochissimi uomini. Faccio questa aggiunta perché, purtroppo, quando si parla di donne o di pari opportunità, gli uomini ritengono che si tratti di un argomento di cui si possono disinteressare senza conseguenze. E’ proprio in questo campo che gli stereotipi culturali che esistono in Italia ne evidenziano molto chiaramente l’arretratezza.
A livello Ue siamo più avanti: alla base della Strategia di Lisbona, per esempio, c’è la consapevolezza che le donne sono una forza indispensabile e trainante per lo sviluppo. In questa prospettiva, la parità tra donne e uomini nel mercato del lavoro, oltre ad essere un diritto fondamentale, è elemento imprescindibile per la realizzazione degli obiettivi di crescita economica, occupazionale e di coesione prefissati a livello europeo. Un riconoscimento del ruolo delle donne, questo, molto significativo. Non a caso l’Agenda di Lisbona include un obiettivo specifico relativo all’occupazione femminile: almeno il 60% entro il 2010.
Per quanto riguarda l’Italia, è ancora molta la strada da compiere. Non voglio dilungarmi su valori statistici, ma non posso non ricordare i dati sconfortanti da cui partiamo e che collocano il nostro Paese in posizioni di totale retroguardia nelle graduatorie internazionali.
Diversi studi ci assegnano la maglia nera per l’occupazione femminile. L’Italia ha già disatteso l’obiettivo intermedio, fissato per il 2005, del 57%. L’obiettivo europeo del 60% non è realisticamente neppure avvicinabile, senza uno sforzo straordinario che miri a innescare un vero e proprio circolo virtuoso sul grande tema della conciliazione. Infatti, col 46% di donne impiegate, siamo penultimi in Europa, dopo di noi c’è solo Malta.
L’Italia è al fanalino di coda anche per quanto riguarda il tasso di natalità: l’indice di natalità si attesta al 1,3% contro una media europea dell’1,9%. In più, una donna su sei tra le occupate perde momentaneamente o definitivamente il lavoro quando nasce un figlio. Anche questo è un indice di un’intollerabile arretratezza dell’Italia rispetto agli standard europei.
Queste disuguaglianze appaiono tanto più inaccettabili ed ingiuste quanto più cresce il livello di scolarizzazione, di conoscenza, di sapere delle donne. E’ un dato ormai pienamente assunto che le donne si distinguono per le loro capacità di superare i loro colleghi maschi in rendimento scolastico, prendono voti più alti a scuola, si laureano in maggior numero, e sempre più spesso anche in facoltà tradizionalmente maschili. La “trasformazione silenziosa” delle donne e del loro ruolo è ormai sotto gli occhi di tutti.
Ma dove finiscono queste brillanti laureate al momento di entrare nel mercato del lavoro? Restano indietro. Lavorano spesso in occupazioni sottoqualificate, meno pagate e precarie, ed hanno difficoltà a raggiungere posizioni apicali nelle carriere (solo il 3,4%). L’Italia ha ancora una quota bassissima di donne nei più alti livelli dirigenziali, aziendali, nella pubblica amministrazione, nei sindacati, nei partiti.
Nessun Paese che punta sulla crescita e sulla modernizzazione può fare a meno di queste competenze, di questi saperi, di questi talenti femminili. Eppure il Libro Verde sul Welfare presentato dall’attuale maggioranza di centro-destra ignora scandalosamente la questione delle donne. Proprio le politiche per l’occupazione femminile sono i grandi assenti in quel documento. Il ministro Sacconi sembra aver dimenticato che in Italia le donne sono particolarmente penalizzate nell’accesso al lavoro e spesso costrette a scegliere tra avere figli (soprattutto con riferimento al secondo figlio) e lavorare.
Al contrario, ci vuole una svolta radicale per costruire un futuro migliore. Che non potrà essere migliore senza il protagonismo delle donne. Occorre dare gambe e forza a una nuova cultura politica, la cultura di una maggiore eguaglianza fra i generi, di una società che promuove il contributo delle donne alla costruzione del benessere sociale e delle istituzioni della democrazia. Serve un approccio a tutto campo: si tratta di impostare una politica che intervenga sul mercato del lavoro così come sullo stato sociale, favorendo la conciliazione di famiglia e mondo del lavoro.
Come Partito Democratico, sosteniamo proprio la conciliazione familiare attraverso un programma che prevede l’estensione e il potenziamento dell’istituto del congedo parentale; la detrazione fiscale delle spese sostenute dalle famiglie per l’assistenza ai bambini e agli anziani; l’assistenza di maternità individuale e conciliazione dei tempi nell’accesso ai servizi; e il rifinanziamento del Fondo nazionale per gli asili nido. (1)
All’estero noi italiane che abbiamo affrontato una doppia sfida in quanto il nostro essere straniere e donne ci ha fatto apparire doppiamente deboli agli occhi degli altri, sappiamo bene come proprio questi presunti svantaggi possono invece essere una grande ricchezza.
In qualità di parlamentare e come donna italiana residente all’estero, vorrei dare il mio contributo per valorizzare maggiormente il grande patrimonio che le donne italiane nel mondo rappresentano e per dare loro l’attenzione che meritano. A questo proposito ho presentato un disegno di legge, pensato insieme alle donne consigliere del CGIE e a donne di varie aree territoriali, che prevede la creazione di una vera e propria rete di donne italiane all’estero, non soltanto per monitorare la condizione delle donne italiane in emigrazione ma anche per valorizzare il ricco patrimonio di esperienze che offrono.
Ma cosa fare invece nel quotidiano per riuscire a conciliare famiglia e carriera professionale?
Innanzitutto noi donne dobbiamo avere più fiducia in noi stesse e poi dobbiamo imparare a chiedere. Chiedere sostegno per la cura dei figli e degli anziani, e poi chiedere riconoscimenti per il lavoro svolto, per i risultati ottenuti, e chiedere ruoli. Anche perché assumere un ruolo significa in primo luogo farsi carico di una responsabilità, assumersi degli impegni, rendersi disponibile a compiere dei sacrifici, pensare prima al dovere e solo poi al proprio beneficio. Dobbiamo iniziare ad assumerci le responsabilità di diventare protagoniste nel mondo del lavoro, della rappresentanza, dei partiti, del volontariato e dell’associazionismo.
Voi siete espressione di una delle più grandi associazioni, se non la più grande in assoluto, di un grande lavoro di radicamento sul territorio, di contatto con la gente, di apertura alla società. È importante che anche all’interno dell’associazionismo le donne acquisiscano più peso e possano contribuire attivamente a individuare le linee di sviluppo del lavoro comune. Perché le donne rappresentano una sintesi di praticità e concretezza, formazione e intelligenza, generosità e senso del dovere in virtù dei quali la società ha tutto l’interesse a coinvolgerle a pieno titolo nei processi decisionali.
Noi lo sappiamo bene: la questione delle donne non riguarda più solo le donne. Cogliendo i talenti delle donne e facendone tesoro, ne trarrà vantaggio l’intera società. Come sostiene l’autore Maurizio Ferrara nel suo libro: “Senza le donne, l’Italia non può tornare a crescere, soprattutto a crescere bene.”
Lucerna, 9 novembre 2008
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(1) Partito Democratico, Donne e lavoro. Idee e proposte per sostenere l'occupazione femminile. |