ROMA\ aise
Riccardo Spezia, 33 anni, da 6 a Parigi dove è stato assunto con contratto a tempo indeterminato come ricercatore in chimica-fisica teorica dal CNRS. Giandomenico Iannetti, 34 anni, da 7 docente e ricercatore in neuroscienza all'Università di Oxford. Andrea Biondi, meno di 40 anni, docente di diritto europeo al Kings College di Londra. E per finire Adriano Aguzzi, direttore dell'Istituto di neuropatologia dell'Università di Zurigo, tra i massimi esperti mondiali sulle malattie del sistema nervoso come la "sindrome della mucca pazza", per i cui studi ha ottenuto il "premio Nobel" svizzero Marcel Benoist. Quattro scienziati italiani, quattro nostre eccellenze prestate ad altri Paesi, che meglio del nostro hanno saputo comprendere e sfruttare il loro potenziale. Ed è da loro, dai ricercatori italiani all'estero, che Laura Garavini, deputata del Pd eletta in Europa, è voluta partire per elaborare un progetto di legge che non solo incentivi il ritorno in Italia dei nostri ricercatori sparsi nel mondo, ma che soprattutto dia una "iniezione di internazionalità" al sistema universitario italiano, rendendolo più appetibile ai ricercatori stranieri.
È questo l'obiettivo primario della Fondazione PRIME, acronimo di "Per una Ricerca Italiana di Merito ed Eccellenza". Un sogno irrealizzabile destinato a scontrarsi con una sedimentata realtà gerontocratica e nepotista? Forse, ma noi siamo ottimisti. Come lo erano questa mattina, nel giorno in cui la più nota ricercatrice italiana, il premio Nobel Rita Levi Montalcini, compie 100 anni, la stessa Garavini e i quattro ricercatori che con lei hanno presentato, con entusiasmo, nella sala stampa della Camera dei deputati, la proposta di legge PRIME. Quella che la deputata del Pd ha definito "una sintesi delle migliori prassi europee nell'ambito della ricerca".
E in effetti la proposta di legge, di cui Laura Garavini è prima firmataria e che è stata depositata il 24 marzo alla Camera con l'appoggio dei deputati del Pd eletti all'estero e di un gruppo trasversale di giovani deputati (vedi aise del 22 aprile h.18.42), è nata proprio tra i ricercatori italiani in Europa, le cui idee e proposte, inevitabilmente segnate dalle esperienze nei vari Paesi di residenza, sono state "messe in rete" per poi convergere in una bozza di cui Adriano Aguzzi si è fatto testimonial eccellente.
Tutto è partito, ha spiegato l'on. Garavini, dalla consapevolezza che "non è grave che i cervelli italiani fuggano", poiché "un'esperienza internazionale è fondamentale nel mondo della ricerca". Piutto "è grave che non tornino. Non tornano perché, nella situazione attuale, per un ricercatore che lavora con successo all'estero non è attraente rientrare in Italia. Le condizioni di lavoro di un ricercatore sono obiettivamente migliori all'estero. In altri Paesi si fa carriera da giovani, c'è più meritocrazia, c'è una valutazione seria, c'è più indipendenza, ci sono strutture più moderne e si guadagna meglio". Situazione confermata dai dati delle ultime analisi Censis ed anche da una ricerca condotta dall'Ambasciata a Londra, secondo le quali gli scienziati italiani all'estero lamentano nel nostro Paese l'assenza di meritocrazia, di trasparenza nelle carriere, valutazioni dei progetti di ricerca che non rispettano gli standard internazionali e scarsità tanto di fondi quanto di indipendenza. Le stesse analisi dicono però che i nostri ricercatori sarebbero disposti a tornare in Italia "a certe condizioni".
È quello che si propone di fare la proposta di legge della Garavini, che con l'istituzione della Fondazione PRIME intende mettere a disposizione borse di ricerca per scienziati con esperienza all'estero, che saranno assegnate secondo criteri di valutazione internazionali, meritocratici e trasparenti, e dunque non sulla base di concorsi - caso unico, quello italiano, nel panorama europeo - bensì del "peer review", metodo collaudato non solo nelle più prestigiose università del vecchio continente ma anche degli Stati Uniti d'America.
Lo stanziamento della borsa sarà deciso da un comitato scientifico composto in maggioranza da professori europei nominati dallo European Science Council, che assegnerà una università italiana al ricercatore ed al suo progetto, cui sarà assicurata massima autonomia, anche per la scelta dei propri collaboratori. Per questo la proposta di legge prevede anche che, con il consenso del Comitato scientifico, il ricercatore possa cambiare partner universitario nel caso in cui riscontri problemi o insufficiente collaborazione da parte di quest'ultimo.
Alla fine i risultati dei progetti saranno valutati da esperti internazionali in materia e solo se tali risultati raggiungeranno chiari standard di eccellenza allora ai ricercatori si apriranno le porte della docenza nelle università italiane, grazie peraltro a precisi incentivi previsti dalla proposta di legge, come il cosiddetto "overhead" per i costi organizzativi, che allinea gli interessi economici dell'università a quelli scientifici del ricercatore.
Le borse di ricerca assegnate dalla Fondazione PRIME sono al passo con la concorrenza internazionale e premiano la giovane età. Sono infatti previsti due diversi tipi di borse della durata di cinque anni: quella per gli Junior Team Leader, che possono avere non più di 35 anni e, con almeno tre anni all'estero, ricevono fino a 250mila euro l'anno; e quelle per i Senior Team Leader, cui è richiesta un'esperienza di almeno 5 anni all'estero ed ai quali vengono assegnati fino a 400mila euro l'anno.
Dove saranno presi tali fondi? La Fondazione PRIME avrà come patrimonio di base i fondi Miur derivanti dalla Finanziaria, ma non solo. Sono infatti previsti, oltre alle donazioni, possibili co-finanziamenti con soggetti pubblici e privati, tanto locali, regionali e nazionali quanto internazionali. Possono onoltre diventare soci di PRIME il CNR, le stesse università e per diritto gli "alumni" PRIME.
Insomma, nulla è lasciato al caso o all'interpretazione, la legge è molto precisa e, se il progetto andrà in porto, la Fondazione PRIME assicurerà il ritorno dei "cervelli" italiani all'estero e l'internazionalizzazione della ricerca italiana, cui saranno garantiti: "una meritocrazia a dimensione europea", quella "trasparenza" e "piena indipendenza del lavoro scientifico" oggi spesso solo vagheggiati, l'opportunità di fare carriera anche in giovane età - opportunità questa a volte totalmente reclusa, anche per chi giovane non lo è più ed è costretto ad un lavoro poco dignitoso in quanto precario alla mercé del "barone di turno" - e "strutture e fondi all'altezza della concorrenza europea".
Tutto questo è prassi consolidata all'estero. È "la normalità", per usare le parole di Giandomenico Iannetti, "ma qui viene visto come una cosa assurda". Allora il progetto di legge presentato oggi è importante per "dare una spallata e un'iniezione positiva ad un sistema che non funziona più", quello dell'Università italiana ormai "allo sbando", agli ultimi posti nel ranking mondiale, "con un danno sociale molto grave". Iannetti non è stato tenero con il nostro Paese, dove mai verrebbe dato spazio ad uno straniero come invece accaduto a lui e in pochi mesi in Gran Bretagna, perché in Italia vige "un sistema corrotto" in cui "l'interesse personale viene prima di quello pubblico", al punto che lo stesso scienziato si era fatto promotore di una sorta di joint venture tra l'università di Oxford e una università italiana, iniziativa ovviamente fallita perché nel mondo della ricerca inglese "the italian way" sta ad indicare tutto fuorché l'eccellenza. Ma così, ha aggiunto, "ci stiamo facendo del male".
D'accordo con Iannetti, anche Andrea Biondi per il quale il sistema italiano della ricerca è talmente chiuso allo straniero prim'ancora che ai propri scienziati da violare quasi il "principio della libera circolazione in Europa". Ed invece, gli ha fatto eco Adriano Aguzzi, "la scienza internazionale, quella più aperta è la più produttiva", come dimostra il suo team multiculturale in Svizzera. D'altra parte, ha osservato, "se l'economia ha scoperto la globalizzazione solo da alcuni decenni, la ricerca è globale da 150 anni" e ancora oggi, anzi ancor più oggi, "è l'investimento redditizio più a lungo termine". Se, dunque, "la ricerca è così importante, non possiamo continuare a trattar male i ricercatori come facciamo in Italia, perché altrimenti fuggiranno". Bene allora questa proposta di legge, cui Aguzzi ha aderito "immediatamente con entusiasmo, perché porta tutti elementi che ho cercato di predicare per anni". E si tratta di "cose che non sono difficili da realizzare", perché avvengono in tutto il mondo! Persino la Spagna, ha concluso, che "10 anni fa era nella stessa palude in cui si trova oggi l'Italia", è riuscita ad uscirne. Ora è il nostro turno.
La speranza è che anche il Parlamento condivida questo ottimismo. La proposta di legge di Laura Garavini deve essere ancora calendarizzata, ma "i primi interlocutori hanno avuto una reazione entusiasmante", ha riferito la deputata, spiegando che l'iniziativa gode dell'appoggio dei capigruppo del Pd alle Commissioni Cultura e Unione Europea della Camera. E la presenza oggi, in sala stampa, di Aldo Di Biagio, responsabile del PdL per gli italiani nel mondo, accanto ai deputati del Pd Franco Narducci e Fabio Porta, "lascia ben sperare in una breccia nella maggioranza di governo". (raffaella aronica\aise)