INFORM - N. 77 - 22 aprile 2009

FUGA DEI CERVELLI

Presentata la proposta di legge per facilitare il rientro in Italia dei ricercatori italiani all’estero

E’ stata elaborata in rete da alcuni ricercatori italiani all’estero, sotto il coordinamento di Laura Garavini (deputata eletta in Europa), prima firmataria del provvedimento: “E’ essenziale rendere il nostro Paese attrattivo per le giovani carriere accademiche”. Costituzione della Fondazione Prime

 
 
 
     
 
ROMA – E’ stata presentata questa mattina nella Sala del Mappamondo della Camera dei Deputati a Roma la proposta di legge per incentivare il rientro dei ricercatori italiani all’estero, fortemente voluta da Laura Garavini, deputata eletta in Europa, prima firmataria, e da alcuni tra i “cervelli in fuga” che hanno collaborato alla sua stesura.

Nel disegno di legge, depositato il 24 marzo scorso, sono contenute una serie di misure per facilitare il rientro in Italia di giovani ricercatori all’estero e, nello stesso tempo, cercare di aumentare la capacità del nostro Paese di attrarre ricercatori stranieri. Una scommessa che nasce da un viaggio fra i connazionali che sono stati costretti ad emigrare non solo per proseguire il proprio percorso di alta formazione, ma per realizzare il sogno di una carriera accademica che li lega poi all’Università straniera che li ospita, a condizioni che nessuno oggi declinerebbe per il rientro in Italia.

“Abbiamo guardato alle moltissime eccellenze nostrane presenti nei centri di ricerca europei e negli atenei migliori – spiega Laura Garavini – e il problema non è di per sé l’esperienza all’estero, che è invece un valore aggiunto nel percorso formativo di qualsiasi bravo ricercatore, quanto piuttosto il fatto che riscontrando possibilità, ambiente, condizioni di lavoro e livello di stipendio totalmente diversi da quelle presenti in Italia, la scelta del trasferimento da temporanea si trasforma in definitiva”.

Obiettivo della proposta è quindi tentare di porre rimedio a quelli che sono oggi i principali difetti del sistema universitario e di ricerca italiano: l’assenza di meritocrazia, la poca trasparenza nello sviluppo della carriera accademica, i progetti di ricerca valutati non sempre in modo obiettivo e nel rispetto degli standard internazionali; la scarsità di fondi e di strutture destinati alla ricerca e la scarsa indipendenza di quest’ultima.

La valorizzazione dei percorsi di ricerca passerà, secondo quanto prevede il testo di legge, attraverso la costituzione di una Fondazione denominata “Prime”, sostenuta da capitale pubblico (fondi destinati dal Ministero dell’Università e della Ricerca, ma anche sostegno da parte di altri soggetti istituzionali) e privato (centri di ricerca privati, imprese e singole eccellenze italiane). Sarà compito del comitato scientifico della Fondazione, composto da 5 professori (3 nominati dall’European Science Council, uno proposto dal CNR ed uno dalla presidenza del “Prime”), selezionare in modo trasparenze e meritocratico i progetti da finanziare, in piena indipendenza. Tale selezione verrà a sua volta affidata ad un “peer review” (una valutazione analitica per iscritto del progetto in forma anonima redatta dai massimi esperti internazionali in materia) e non a concorsi. Le borse di studio verranno assegnate a ricercatori under 35 (progetti Junior) che hanno fatto ricerca all’estero per almeno 3 anni: l’importo annuale in questo caso può arrivare fino a 250.000 euro che comprendono il sostegno dei costi per attrezzature e collaboratori. I progetti per coloro che hanno fatto ricerca all’estero per almeno 5 anni (progetti Senior) avranno una copertura che potrà arrivare sino ai 400.000 euro.

“La proposta di legge racchiude in sintesi una summadelle buona pratiche che vengono oggi utilizzate in Europa per fare ricerca – prosegue Garavini – e che sono state segnalate dai 20 ricercatori che hanno collaborato alla realizzazione del progetto di legge, sotto il coordinamento di Riccardo Spezia, oggi attivo al CNRS di Parigi. Il fatto che la proposta, seppur ancora non discussa con la maggioranza, abbia già trovato il sostegno dei giovani parlamentari (i deputati 40enni), in particolare del capogruppo del Pd nella Commissione Politiche dell’Unione Europea Sandro Gozi, ci lascia ben sperare in una sua estesa e pronta approvazione”. Laura Garavini ha anche manifestato l’apprezzamento per la presenza in sala del responsabile per gli italiani all’estero del Pdl, Aldo Di Biagio.

Tutti i ricercatori presenti hanno espresso grandi aspettative e soddisfazione per la proposta di legge: Spezia ha sottolineato il carattere sperimentale dello stesso progetto, che prevede una sua revisione, alla luce dei risultati ottenuti, dopo 10 anni dalla sua entrata in vigore; Giandomenico Iannetti, oggi all’Università di Oxford, ha evidenziato la prontezza nell’accoglienza riservata ai giovani ricercatori nelle Università straniere. “Ciò che è contenuto in questo progetto – afferma Iannetti – non è una novità, ma piuttosto ciò che avviene già normalmente in tutti i luoghi di ricerca in Europa. E’ la situazione in Italia ad essere anomala e, ciò che è peggio, è che l’opinione pubblica non coglie il danno sociale che si viene creando all’interno dell’università quando sistematicamente all’interesse pubblico viene anteposto quello personale, attraverso giochi di potere che sono fin troppo noti”. Questi fattori determinano la problematicità con cui all’estero si guarda agli atenei italiani. “Un sistema universitario strutturato in questo modo – aggiunge Iannetti – non potrà mai rivestire un ruolo attrattivo per la vera ricerca. Attraverso questo disegno di legge possiamo sperare di by-passare questo sistema, affinché ne venga scosso l’intero meccanismo”.

“Il nodo principale è riuscire a far diventare la carriera accademica una cosa normale – sottolinea Andrea Biondi, professore al Kings College di Londra – tramite criteri trasparenti, tappe ben precise e scadenze da rispettare. Non possiamo pensare che la ricerca possa avvenire invece in un ambiente per nulla adeguato, che in Italia, a mio avviso, si muove in direzione opposta a quella tracciata dal diritto sancito in UE della libera circolazione dei lavoratori”.

“Dobbiamo chiederci onestamente quali sono le condizioni che potranno consentire il progresso dei nostri standard di vita nell’arco dei prossimi 50 anni – ha concluso il prof. Adriano Aguzzi, direttore dell’Istituto di Neuropatologia dell’Università di Zurigo. – L’investimento più redditizio che possiamo fare a lungo termine è proprio quello sulla ricerca”. “Anche in Italia, come avviene già nel resto del mondo, deve maturare la consapevolezza che l’università trae profitto dai risultati ottenuti attraverso il lavoro dei propri ricercatori. Di più: questi risultati, se qualitativamente rilevanti, divengono patrimonio dell’umanità. La scienza è già globalizzata, da oltre 150 anni”.

E mentre si constata lo stato poco felice dell’università italiana il prof. Aguzzi si dice certo che siano sufficienti “alcuni cambiamenti, e alcune persone di buona volontà per attuarli, con uno sguardo lungimirante”. Perché l’obiettivo delle risorse destinate alla ricerca, quantificate nella strategia di Lisbona nel 3% del Pil di ogni Stato membro, non resti solo un bel sogno. (Viviana Pansa – Inform)

http://www.mclink.it/com/inform/art/09n07721.htm